QUELLA IMPROVVISA NOTTE A VENEZIA

By Deny Lelly Daniela Alibrandi

Women's fiction, Young adult

Paperback, eBook

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CAP I

Chiara spense con rabbia la sigaretta che andò ad aumentare il cumulo di mozziconi nel portacenere di cristallo vicino al telefono.
“Ma di che razza d’amore stiamo parlando Betta? Te ne rendi conto?”
“Sì, non credere però che l’amore rispetti dei canoni rigidi, possibile che tu sia cambiata così tanto negli anni? Eri una ragazza eclettica, estroversa, la tua mente elastica ti ha permesso tante di quelle cose, che ora te ne esci dicendo che l’amore o è così o non è amore!”
“Proprio tu, proprio tu Betta, che conosci tutta la mia vita, le mie esperienze, mi parli in questo modo?”
“Non te la prendere Chiara, ma ti conosco fin troppo bene e so che se riuscirai a liquidare la cosa senza rifletterci almeno un po’ su, poi sarai capace di pentirtene e soffrire ancora per il resto dei tuoi giorni.”
Chiara non rispose, lasciò solo frusciare il suo respiro nella cornetta del telefono. Fu Betta a continuare:
“Ti avrebbe cercato in un momento così delicato della sua vita se non avesse provato amore nei tuoi confronti?” Chiara sentiva stringersi un nodo in gola e temeva addirittura di non riuscire a parlare oltre, ma Betta lo sapeva e attese ancora un po’prima di andare avanti.
“Lui per primo sa di non meritare nulla, io ne sono convinta, ma se ti ha ricercato, se non ti ha dimenticato un motivo c’è Chiara, dammi retta. Non lasciare che il rancore offuschi il tuo giudizio, non ce n’è il tempo. Dopotutto il perdono è sempre un’arma vincente, non solo per chi lo riceve, ma soprattutto per chi lo dà!” Era troppo, Chiara lo sapeva che prima o poi Betta se ne sarebbe uscita con qualche richiamo religioso.
Quello era l’unico punto che divideva le convinzioni delle due amiche, il solo argomento che spesso le portava a fervide discussioni, nelle quali riuscivano a fare addirittura dei voli filosofici e teologici che le lasciavano sempre soddisfatte anche se non concordi.
“Ora non cominciamo con il perdono e con il porgere l’altra guancia. Sai quanti schiaffi ho preso in vita mia? Non ti sembra che sia giunto il momento anche per me di assestarne qualcuno?” Betta adesso era colta nel vivo e sapeva perfettamente che non era il caso, proprio ora, di avventurarsi in un argomento tanto complesso.
“Va bene, non ti dirò altro Chiara, fai come ti pare, decidi a modo tuo. Io sarò lì a confortarti anche se per il tuo rancore tornerai a soffrire. Ora ti debbo lasciare, ma chiamami presto, fammi sapere…”
< > pensò stizzita Chiara e andò a vedere che ora era < >. Così rimuginando tra sé e sé Chiara si portò in cucina, verso la macchina del caffè. Aveva veramente necessità di caffeina, adrenalina. Se non avesse provato vergogna nel pensarlo avrebbe anche sniffato volentieri, pur di non pensare a ciò che le stava capitando e di non trovarsi a dover decidere. Mentre faceva fuoriuscire il vapore per scaldare anche un po’di latte sentì invece la certezza di dover riflettere nel migliore dei modi, e in fretta.
Che razza di domenica le si prospettava. La telefonata del segretario di lui le era arrivata la sera precedente, come un proiettile di ghiaccio le aveva trafitto il cuore, ma sembrava non aver lasciato il segno. Se si concentrava non riusciva neanche a ricordare il modo con cui si era presentato, come aveva giustificato di aver trovato il suo numero privato. Solo alcuni spezzoni di quel dialogo le erano rimasti in mente Il Maestro avrebbe piacere di rivederla, mi ha incaricato di farglielo sapere. Questo è l’indirizzo dove lo può trovare e se vuole le lascio anche il numero di cellulare…
Lei aveva sentito ribollire ogni goccia del suo sangue, finché una violenta vampata le aveva avvolto le gote. Aveva dovuto fare appello a tutte le sue forze per non rispondere in malo modo e, anzi, a dispetto dell’emozione che stava provando, era riuscita a replicare in modo formale: Dica al Maestro che mi può contattare quando vuole alla redazione del giornale, anche via mail, e con calma aveva scandito il suo indirizzo mail presso il quale riceveva comunicazioni formali e di lavoro.
Poi, una volta chiusa la comunicazione, si era dovuta sedere, cercando di far passare la strana tremarella che sentiva nelle gambe con un generoso goccio di cognac e accendendo alcune sigarette una dopo l’altra, finché si era fatta l’ora di andare a letto. E aveva dormito, profondamente, senza sognare.
Il risveglio però era stato angoscioso. Non aveva avuto la calma necessaria per onorare il rito domenicale, girarsi e rigirarsi nel letto coccolandosi, poiché le sue gambe non riuscivano a fermarsi, al punto da sembrare affette dalla sindrome delle gambe senza riposo, quella che si scatena solitamente dopo un incidente stradale. Si era alzata poco dopo e la doccia calda non l’aveva corroborata come invece sperava. Alla fine aveva chiamato Betta e adesso, mentre si preparava la colazione, sentiva di essere caduta in un circolo vizioso, era il serpente che si mordeva la sua stessa coda. Quanto tempo aveva per riflettere, decidere e rimandarsi tutto dietro le spalle, come ormai era abituata a fare?
Seduta al tavolo di ciliegio della sua cucina, vedendo il vapore caldo che la tazza davanti a lei soffiava verso l’alto, capì che non aveva scuse e che in fondo non sarebbe stato un errore ricordare. Attraverso la nebbia che le sembrava ora quel getto di vapore lei si rivide, come tanti anni prima.
Ieri
“Il Maestro non rilascia interviste prima del concerto!” una donna alta e piazzata cercava di spazzare via la sua esile figura dal corridoio dove si era intrufolata, in cerca del camerino del direttore d’orchestra, Omar Xantios. Era una sera d’estate e lei soffriva terribilmente il caldo. Verona poi, che era una città meravigliosa, non godeva dei benefici influssi di una brezza marina o di un vento montano. Era lì, quasi in una conca, a cullare il balcone di Giulietta e Romeo, a godere dei mille ventagli che le signore sventolavano nella magnifica Piazza Brà. E nell’arena non era diverso il clima.
Quella sera si rappresentava in concerto la Rapsodia In Blu di Gershwin e lei adorava le musiche di quel compositore. Dovette arrendersi, il maestro non rilasciava interviste prima del concerto.
“La prego signora, almeno subito dopo l’esibizione, mi permetta di avvicinarlo. Solo poche domande, non lo disturberò, glielo assicuro, sarò discreta”
“Io mi chiedo il perché non prendi un appuntamento tramite il suo segretario!”
“Ci ho provato, ma non ha dato peso alla mia richiesta,” rispose Chiara imbarazzata, ora non poteva più mentire. Il suo giornale era conosciuto soprattutto per i gossip con i quali aveva svelato molti segreti dei vip e non era certo visto di buon occhio.
“Qual è il tuo giornale?” chiese la donna.
“La Voce delle Ombre…” a quel punto la massiccia signora l’aveva scossa con più vigore.
“Cosa? Nemo via bella putea, via via!” E le aveva chiuso la porta del corridoio in faccia. < > fu l’immediato pensiero di Chiara. L’aria le sembrò d’un tratto più afosa, quasi irrespirabile e dovette poggiarsi al muro per combattere un forte giramento di testa. Non si perse d’animo, voleva a tutti i costi quell’intervista e ci sarebbe riuscita. Si diresse nella lussuosa toilette riservata alle signore, per umettarsi il volto e rassettare i capelli.
<< Mannaggia, con questa mania di non truccarmi mai, di portare ‘sti capelli sciolti, mossi, senza un bel taglio, meno male che ho scelto almeno un vestito adatto a questa occasione!>> si disse, mentre vedeva riflessa nello specchio la figura di una ragazza semplice, fin troppo, che indossava un anonimo abito nero, scollato. Avrebbe fatto una figura senz’altro diversa se avesse racchiuso i capelli in uno chignon, passato un bel trucco morbido e messo un bel paio di orecchini, pendant con la collana. Invece con la scollatura che lasciava scoperte le sue magre spalle, senza nessun gioiello ad adornare la sua immagine, sembrava più una riedizione di Cosetta dei Miserabili.
< > e si diede due pizzicotti sulle gote, tanto per farle sembrare più colorite.
Seduta in seconda fila lei si era potuta godere un concerto memorabile, aiutata anche dalla leggera brezza che si era levata, spazzando finalmente via l’afa. Il cielo chiaro le regalò la visione tersa delle stelle e una luna piena la fece sentire coinvolta in qualcosa che somigliava moltissimo a una favola. La perfetta sincronia dei movimenti del maestro Xantios con le coinvolgenti note della rapsodia le procurava un brivido dopo l’altro e, dalla sua posizione, poteva vedere i movimenti del direttore d’orchestra in modo nitido e definito. La frescura estiva agitava di tanto in tanto i suoi capelli scomposti e ondulati e le sembrò di intravedere perfino alcune gocce del suo sudore cadere sullo spartito che sfogliava con le mani affusolate. Non sembrava essere un uomo molto alto, anche ora che la sua figura si stagliava sul palco e senz’altro dimostrava meno dei quarantacinque anni che aveva.
La durata del concerto fu un tempo indefinito durante il quale Chiara non riuscì neanche a mettere a punto un piano per avvicinare Xantios subito dopo la sua magnifica esibizione. Quando nella notte di Verona risuonarono le ultime note della rapsodia, lei fu colta quasi di sorpresa dal caloroso applauso del pubblico, al quale si unì solo dopo qualche secondo di smarrimento. Lo scrosciare infinito di quel battere di mani le ricordò il suono argentino di una cascata, un accostamento talmente tangibile che lei si sentì persino rinfrescata.
Poi notò che dal pubblico molti gettavano verso il palco delle rose e lei si rimproverò per non aver pensato neanche a quello. Si sedette in fretta, tirò fuori un suo biglietto da visita e, dopo aver ben cancellato il logo del giornale e la qualifica di giornalista, scrisse sotto al numero del suo cellulare: Maestro, mi chiami, è urgentissimo! Lo inserì all’interno di una vecchia pinza per capelli, dimenticata nel fondo della sua borsa, e lo gettò in modo che raggiungesse i fiori che si stavano accumulando ai piedi del palco.
Non ci volle molto prima che si rendesse conto della propria ingenuità. Infatti, dopo i numerosissimi inchini dell’orchestra, tutti i musicisti, compreso il direttore, si ritirarono dietro le quinte e un inserviente dell’Arena raccolse in una pila i fiori e gli oggetti, portandoli anch’essi dietro le quinte, per gettarli da qualche parte.
Insomma, aveva fatto un fiasco clamoroso e sapeva che da quella intervista sarebbe dipeso il suo futuro all’interno del giornale. Fu tra gli ultimi spettatori a lasciare l’Arena, consapevole di doversi giustificare alla grande la mattina successiva in redazione.
                                                           CAP. II
“Insomma non sei riuscita neanche ad avvicinarlo!” sbottò Giuliano, non appena lei gli ebbe riferito come erano andate le cose.
“Ti dico che era letteralmente impossibile!” si giustificò Chiara.
“Lo sai che contavamo molto su quest’articolo e tu non hai trovato neanche il modo di attendere che uscisse dall’Arena per seguirlo, per farti notare? Cosa pensavi, che avrebbe dormito nell’Arena?”
Lei se ne era andata insieme al pubblico, e questo era vero, ma come spiegare a Giuliano o a chiunque altro che non era ammissibile, dopo tanta meraviglia, braccare quell’uomo per fargli delle stupide domande. Non l’avrebbe fatto mai e poi mai. E quale predisposizione avrebbe avuto il maestro a quell’ora della notte, dopo un impegno così viscerale?
“Bene, pensala come vuoi, io non ci sono riuscita”. Giuliano si sedette pesantemente alla scrivania polverosa e piena di carte. La Voce delle Ombre era una pubblicazione settimanale nata per scommessa, frutto della volontà di un gruppo di neo-laureati in giornalismo, consapevoli di non avere altra possibilità per entrare nel mondo da loro tanto ambito. Nessuno dei fondatori del giornale era parente di un politico o, ancora meglio, di qualche professionista affermato del settore. In più non si poteva certo sperare di vivere con gli otto euro che le testate locali offrivano in cambio di un articolo scritto su fatti di cronaca o di interesse territoriale. Quindi si erano messi di buona lena Giuliano e Riccardo, aiutati da Norberto e Marco, per creare qualcosa che potesse far presa sui lettori e che non avesse una ricaduta solo locale.
Nelle riunioni dall’aria eversiva che tanto ricordava quelle dei carbonari, tenute in uno scantinato di Castelfranco Veneto, fumando pacchetti di sigarette improponibili, i ragazzi avevano messo a punto una strategia che sembrava essere percorribile. Avrebbero unito le loro forze economiche, alquanto esigue per la verità, per acquistare i mezzi meccanici necessari a stampare un giornale di poche pagine, in bianco e nero. Qualcosa un po’più impegnativo di un volantino. Di cosa avrebbero scritto? Politica, cronaca, inchieste impegnate? Non sarebbero sopravvissuti a lungo, quello era certo. Con cosa iniziare per fare breccia tra i lettori? Il gossip, niente di più appropriato, leggero, stuzzicante e soprattutto frivolo. La gente era stufa di ascoltare dibattiti politici, era disamorata dal modo con cui le autorità gestivano il territorio, ma non ne aveva mai abbastanza di pettegolezzi e di segreti svelati, un modo come un altro per evadere dalla realtà.
Dopo aver scelto il filone che li avrebbe resi interessanti, avevano seguito tutti i passi indicati dalla legge a cominciare dalla registrazione alla cancelleria, per poi definire un responsabile, Giuliano, e una rete di distribuzione, alla quale si sarebbe dedicato Norberto.
“Chiara, ti va di far parte del nostro gruppo?” le aveva chiesto Marco dopo averle spiegato di cosa si trattava, “a questo punto abbiamo bisogno di una giornalista che vada a intervistare i personaggi che vogliamo prendere di mira di volta in volta”.
Marco era un ragazzo carino, sembrava essere molto timido, ma conoscendolo un po’ meglio si capiva che era solamente fin troppo educato. A Chiara piaceva, avevano studiato all’Università insieme e ciò che le stava proponendo era la prima occasione di lavoro che le si presentava.
“Ma, non so, bisogna essere sfacciati per entrare in contatto con dei personaggi in vista, sfoggiando la confidenza necessaria per intervistarli, non credo di avere il carattere adatto,” aveva ammesso lei.
“Hai avuto sempre la propensione a sottovalutarti, piccola Chiara. Chi meglio di te, con quel visino pulito e leale, potrebbe infiltrarsi nella rete che avvolge certe celebrità?” Avevano riso insieme e Chiara si era sentita catturata da quella prospettiva.
“Sarò l’unica a fare questo tipo di inchieste?”
“No, anche gli altri si daranno da fare, per ora abbiamo individuato come argomenti che possono suscitare più interesse quelli legati ai gossip ma poi, una volta iniziata la diffusione della pubblicazione, cominceremo anche con inchieste serie”
“Insomma, io vi servo solo per il gossip, pensa un po’che bella considerazione!”
“Cerca di non vedere le cose in questa prospettiva, serve un modo per essere conosciuti, ti accorgerai che in breve le cose cambieranno”. Forte della volontà espressa dalla ragazza, nonostante tutto, di partecipare a quella strana avventura, Marco lo aveva subito comunicato a Giuliano. L’antipatia che quest’ultimo però nutriva nei confronti di Chiara era direttamente proporzionale alla simpatia che Marco provava per lei e l’amico si era da subito opposto al contributo che avrebbe potuto dare la ragazza.
“Quella non sarà capace di tirare fuori un ragno dal buco, te lo dico io!” disse Giuliano divenendo paonazzo. Basso e grasso, sempre sudaticcio, simpatico quando voleva, ora che si stava alberando contro la decisione di coinvolgere Chiara, aveva l’aria di un rospo che stava per esplodere.
“Ma no, ti dico che può andare bene, sembra impacciata, ma è una ragazza intelligente e preparata, dammi retta,” aveva risposto deciso Marco.
“Senti, io sono il responsabile, alla prima che sbaglia è fuori. Ne conosco tante altre che sarebbero più capaci di lei. E la prossima volta che vuoi far entrare in questo progetto qualcuno, magari parlane prima con me, ok?” Perché mai Giuliano fosse così in contrasto con Chiara, Marco non riusciva proprio a comprenderlo, ma al momento poco gli importava, lui era convinto del valore della ragazza.
Così era iniziato l’impegno di Chiara nel settimanale La Voce delle Ombre e all’inizio aveva collezionato un paio di successi da non poco. La vicinanza a Venezia, con i suoi tanti eventi mondani, era senz’altro una carta vincente per chi avesse desiderato di cercare dei veri e propri scoop. Marco si affiancò a lei per prendere degli scatti fotografici. Dopo che erano stati avvistati a Venezia John Loonely insieme alla modella che si diceva fosse sua compagna e qualcuno aveva immortalato il loro bacio notturno, Chiara era riuscita ad avvicinare, con la scusa di farsi fare un autografo, proprio lei, la modella, Justine. L’aveva agganciata con il suo sguardo pulito e magnetico e le aveva chiesto direttamente un’intervista. Justine gliel’aveva accordata senza tanti problemi e il numero del giornale di quella settimana era uscito con tanto di particolari sulle preferenze intime del noto attore. Le copie erano andate a ruba, e Chiara aveva ottenuto il suo primo successo.
Stimolata dall’adrenalina che le aveva suscitato l’esito positivo del suo primo articolo, durante lo svolgimento del Red Carpet, aveva preso di mira l’attore Math Ridge, più raggiungibile degli altri, perché ancora non troppo famoso. Lo avvicinò mentre si faceva fotografare sul Ponte del Rialto e finse di prendere una distorsione alla caviglia proprio vicino a lui, che l’aiutò a tirarsi su in modo cavalleresco. In realtà era un ragazzo della provincia americana e, grazie ad alcune domande che lei riuscì a fargli nel bar dove era stata da lui condotta per riaversi dalla caduta, aveva imbastito un articolo lodevole. Un ragazzo goffo e impacciato, forse neppure molto colto, ma con il cuore di un vero cowboy alla John Wayne. L’ufficio stampa dell’attore aveva anche mandato un ringraziamento alla redazione per la buona pubblicità ottenuta.
Il giornale stava decollando. Giuliano, oltre a figurare come responsabile eventualmente di fronte all’Autorità Giudiziaria, aveva anche allestito il loro sito web, mentre Norberto e Riccardo si erano dedicati alla creazione di una tipografia niente male, proprio nello stesso scantinato utilizzato per le loro riunioni. Gli “uffici”, per modo di dire, avevano sede nell’appartamento di due camere e cucina che Giuliano e Marco condividevano dall’inizio degli studi universitari. Le copie richieste stavano aumentando, ma paradossalmente la presenza di una giornalista pronta a farsi ingessare una gamba pur di strappare qualche ammissione ai vip aveva messo un po’in allarme le sue probabili prede, e La Voce delle Ombre stava entrando nelle antipatie di molti. L’articolo su un direttore d’orchestra del calibro di Xantios, sul quale si erano dette tante notizie controverse in passato, avrebbe dovuto essere l’occasione per riqualificare la fama di quel personaggio, e sarebbe servito ad evitare al giornale di cadere nell’abisso dove rovinavano molti piccoli giornali gossip. Senza contare che, proprio la provenienza sudamericana del musicista e il coinvolgimento di lui in alcuni discutibili eventi politici avrebbero finalmente offerto al settimanale quel trampolino per iniziare a parlare di argomenti più impegnati.
E ora che Chiara stava ammettendo la sua sconfitta nel non essere riuscita a intervistarlo, Giuliano sembrava quasi goderne. Lui aveva già deciso che il suo era un astro destinato a spegnersi presto e adesso era convinto di averla in pugno. Lei lo comprese, lo guardò dritto negli occhi e accettò la sua sfida.
“Ho bisogno di tempo, un personaggio come quello non si avvicina facilmente, se non mi credi provaci tu!” Marco uscì dalla sua stanza, svegliato dal loro vociare. Magro, alto con una barbetta incolta si stirava indossando solamente gli slip.
“Che avete da chiacchierare, avete sentito che caldo stanotte?” Giuliano non faceva altro che asciugarsi il sudore con un fazzoletto che sembrava di volta in volta sempre più grigio.
“La tua giornalista preferita ha fatto il botto!” disse quasi sghignazzando. Chiara era divenuta livida in volto, non sopportava proprio l’aria da grande manager che si stava dando quel pallone gonfiato. Marco la guardò con un’espressione curiosa e lei rispose a tono.
“Non so perché Giuliano ce l’abbia tanto con me, comunque il fatto è che non sono riuscita a intervistare Xantios, è stato letteralmente impossibile. Soprattutto devo imparare a non fare il nome del nostro giornale, mi hanno cacciato dopo che ho detto che ero una giornalista de La Voce delle Ombre!”
“Sempre grazie alle tue sparate siamo già riconosciuti come un giornale che sa solamente sputtanare”. Adesso a Chiara stava venendo quasi da piangere e Marco se ne rese conto.
“Senti Giuliano, le sparate di Chiara ci hanno fatto già guadagnare un pochino di soldini e un certo numero di lettori. Mi dispiace vedere che tu non riesci a focalizzare l’obiettivo giusto. A noi non deve interessare se la gente importante ci teme per le notizie che riusciamo a carpire, noi dobbiamo vedere solo crescere il numero dei lettori, per ora”
Giuliano ora si grattava la testa e non sapeva cosa rispondere. Fu lei a riprendere la parola:
“Sentite, io ho detto che ieri sera è stato impossibile avvicinarlo, ma non che lo sarà per sempre. Datemi un’ultima possibilità, vi assicuro che vi confezionerò un’intervista storica e riusciremo anche a decollare con argomenti diversi”. Marco e Giuliano si guardarono per qualche momento negli occhi.
“Hai in mente qualcosa?” le chiese Marco. No, lei non aveva pianificato alcuna strategia ma, di fronte alla disponibilità che i due stavano dimostrando, pensò in pochi minuti a un modo più facile per parlare col maestro d’orchestra.
“In quale albergo alloggia a Venezia Xantios?” Chiese d’un tratto. Giuliano, senza dire una parola, si mise a smanettare sul computer e dopo qualche minuto tirò fuori la risposta:
“All’Abisso, sul Canal Grande”. Ora era Marco a torturarsi i capelli, cosa aveva in mente Chiara? Lei si sedette finalmente, sicura di quanto si stava dipingendo nella sua mente.
“Ho bisogno che aumentiate un pochino il mio budget…”
“Pfuuuu, certo, la signora vuole più soldi!” ridacchiò Giuliano, che nel frattempo aveva azionato il ventilatore, posizionandolo in modo da venire colpito in volto dal getto d’aria. Marco si sedette a un angolo della scrivania, schiacciando alcuni fogli. Giuliano glieli sfilò da sotto i glutei.
“Perché, cosa ci faresti con qualche soldo in più?” Le chiese sinceramente incuriosito Marco. Nel frattempo Chiara aveva finalmente messo a punto un bel piano e lo aveva fatto febbrilmente, ormai era divenuta una questione di principio.
“Voglio alloggiare una o due notti nel suo stesso hotel, con dei vestiti decenti, fidatevi…”
“Non voglio sentire altro” rispose serio Giuliano” la vacanza a Venezia pagatela da sola! Pure il guardaroba nuovo, ma che si deve sentire!” Si stava alzando per uscire fuori sul balconcino da cui era visibile l’entrata al castello. Nel silenzio generale trascorsero alcuni minuti, nei quali Giuliano, poggiato alla balaustra del balcone cercava di raccogliere le idee. Rientrò di corsa:
“E se facessimo in modo di farlo venire qui a Castelfranco. C’è il conservatorio, l’auditorium, il polo radiofonico, possibile che un direttore d’orchestra non sia interessato a fare una visita qui?” Bella idea, non c’era nulla da dire, ma come convincere un personaggio come quello a cambiare i suoi appuntamenti?
“Ci vuole sempre qualcuno che lo avvicini Giuliano, che catturi il suo interesse o preferisci fargli una telefonata e invitarlo a bere qualcosa qui?” Era vero, ci voleva sempre un contatto. Nella mente del responsabile del giornale si stava scatenando una fantasia sfrenata, Chiara lo avrebbe avvicinato e condotto sul loro stesso terreno e poi sarebbe stato lui a fare l’intervista, quella vincente!
“Ok, di quanto pensi debba essere aumentato il budget?” Marco e Chiara si guardarono con un guizzo di soddisfazione negli occhi. Lei prese subito il controllo della situazione.
“Bene, un paio di notti all’Abisso, ma forse riuscirò anche a farcela con una, chissà. I pasti fuori casa e un paio di abiti, anche se per quelli cercherei di non farvi spendere. Sentirò se Betta mi può prestare qualcosa di suo, abbiamo più o meno le stesse misure,” si alzò come se avesse dovuto già correre via, poi ripensandoci, “ah e poi devo prendere un appuntamento dalla parrucchiera e dall’estetista!”
“Nient’altro?” chiese ironico Giuliano.
“Col mio stile di ragazza acqua e sapone, i capelli sempre sciolti e disordinati credi che potrei essere per lo meno notata da uno come lui?”
“Ha ragione,” disse Marco e sbadigliò, aggiungendo subito dopo “anzi, ti consiglio di scurirti un po’ i capelli, quello è sudamericano, le donne delle sue parti lo attraggono certamente!”
“Sì. E fatti fare l’operazione al seno, le donne dalle sue parti hanno certe bocce che neanche te le immagini!” sempre più ironico Giuliano “va bene che la moglie è un vero e proprio cesso, ma lui gli occhi ce li avrà pure no!” Finalmente Giuliano si stava divertendo e concedeva loro un po’del suo raro umorismo.
“Davvero la moglie è brutta? Dove hai visto la sua immagine?” chiese Chiara con grande curiosità. Giuliano tornò al computer e richiamò una foto d’archivio. Marco e Chiara si portarono vicino a lui, per vedere bene lo schermo. Chiara spostò il getto d’aria del ventilatore.
“Eccola la first lady!” disse trionfante Giuliano. Una donna grassottella, con i lineamenti marcati, poco trucco e i capelli legati in una coda, sorrideva con una bocca larga e dalle labbra piene vicino al maestro di musica. Forse sua coetanea e quasi della sua stessa altezza, gli stringeva il braccio durante un’occasione ufficiale risalente a non molto tempo prima. Chiara la studiò bene, le mani erano curatissime e forse aveva dato al suo uomo un certo numero di figli prima di ingrassare.
“Quanti figli hanno?” chiese a Giuliano.
“Nessuno!” rispose lui, riportando il getto d’aria a scompigliare i suoi radi capelli.


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